Chiara

Loading...

News dal mondo

Loading...

venerdì 16 dicembre 2011

VERIFICA DI ITALIANO III B (27.10.2011) di Marianna Mignanelli

La Francia è senza dubbio il cuore della letteratura europea in lingua volgare. È tuttavia opportuno rilevare una certa distinzione tra i generi letterari originatisi nella Francia Settentrionale e in quella Meridionale tra i secoli XI- XIII . A Nord, la produzione letteraria in lingua d’ӧil o francese antico è dipartita in due filoni:
- il ciclo carolingio, le cui vicende ruotano attorno alla figura di Carlo Magno e dei suoi valorosi paladini;
- il ciclo bretone, incentrato sulle storie d’amore ed’avventura di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda.
Quasi contemporaneamente, nel sud della Francia, si sviluppa la lirica provenzale o cortese in lingua d’oc. La “Chanson de Roland” e la “Canzone della lodoletta” sono tra i più celebri documenti della letteratura romanza, riconducibili rispettivamente al ciclo carolingio e alla lirica provenzale; analizziamo con ordine gli aspetti dell’uno e dell’altro genere.
La “Chanson de Roland” è un chiaro esempio di “chanson de geste”. Il termine “chanson” significa “canzone” e si riferisce al fatto che questi componimenti , dal tono epico ed eroico, destinati principalmente ad un pubblico popolare, erano affidati al canto e prevedevano l'accompagnamento di uno strumento musicale. Il termine “geste” deriva dal larino “gero,geris,gessi ,gestum,gerere” che significa “compiere gesta”. Questo genere letterario ha avuto grande diffusione non solo nella Francia Settentrionale ma anche nel resto d’Europa. Basti pensare al Cantare del Cid (Spagna),opera in cui si narrano le imprese del “Cid Campeador” durante la reconquista della città di Valencia ,oppure al Cantare dei Nibelunghi(Germania), il cui protagonista è l’eroe Sigfrido. In Russia troviamo, invece, il Cantare delle gesta di Igor.
Nella chanson de geste le strofe sono dette lasse e sono composte da un numero variabile di versi assonanzati, generalmente decasillabi o ottonari (La chanson de Roland è composta da lasse di decasillabi francesi). Molto frequenti sono le ripetizioni, proprio perché i giullari avevano il continuo bisogno di richiamare l’attenzione del pubblico, o di offrire la possibilità agli ascoltatori giunti nel mezzo dello spettacolo di comprendere comunque tutta la storia. Il tema dominante delle chanson de geste non è l’amor cortese, bensì l’amore per la patria e l’esaltazione dei valori cristiano-feudali di cui i cavalieri si facevano portatori : la fedeltà al proprio signore, la magnanimità, la difesa della Patria e della fede. La chanson de Roland si ispira ad un episodio di verità storica: l’ imboscata a Roncisvalle, nel 778 , in cui la retroguardia dell’esercito francese di Carlo Magno, di ritorno dalla Spagna, fu assalita da bande di predoni baschi. A difesa dell’Imperatore c’è il conte Orlando, il più coraggioso dei suoi paladini , che ha con sé l’olifante, un corno da poter suonare per richiedere l’aiuto del suo signore. Tuttavia, animato fino in fondo dai valori cavallereschi,il paladino sceglie di morire, pur di non mettere in pericolo la vita del suo potente sovrano. Nella trasfigurazione poetica, le bande di predoni baschi del 778 vengono ad identificarsi con i Musulmani di Spagna, così la lotta di Carlo Magno contro i Saraceni diviene simbolicamente la lotta dell’ Occidente cristiano contro gli infedeli. Da ciò si evince che la “Chanson de Roland” risente particolarmente della forte influenzata esercitata dalla Chiesa,che all’epoca costituiva il solido punto di riferimento per ciascun cristiano. Per quanto riguarda l’autore, alcuni studiosi lo identificano nella misteriosa figura di Turoldo, altri affermano che l’opera sia il frutto della fusione di antiche leggende popolari, diffuse in forma orale.
Nelle lasse proposte è descritto il momento di massima tensione narrativa: la morte del Conte Orlando. Egli si distende sotto un pino (simbolo di elevazione al cielo) e, rivolto lo sguardo verso la Spagna, terra di infedeli, confessa a Dio tutti i suoi peccati e rivolge a lui il suo guanto destro, simbolo dell’omaggio feudale. Al momento della sua morte, gli arcangeli Gabriele, Michele e l’arcangelo Cherubino scendono sulla Terra per condurre la nobile anima del conte in Paradiso.
Nonostante il testo sia una traduzione dell’originale opera in francese, è possibile individuare in esso alcune figure retoriche particolarmente significative, che testimoniano il tono epico ed eroico della chanson, nonché il suo forte contenuto religioso. Nel momento in cui Orlando rivolge la parola al suo “Signore celeste” adotta due apostrofi per designarlo : “Dio (v.31)” e “O Padre vero”. È interessante notare come quest’ultima apostrofe rappresenti contemporaneamente anche una perifrasi. L’autore si è inoltre avvalso di figure retoriche sintattiche che conferiscono al testo un tono molto raffinato: ad esempio “Il guanto destro ha teso (v.35)” e “angeli discendono(v. 36)” costituiscono singolarmente un’anastrofe e nell’insieme un parallelismo. Un altro elegante chiasmo è rintracciabile ai vv. 47-48 (“resuscitasti Lazzaro e Daniele salvasti”). Non mancano figure retoriche metriche, tra cui un poliptoto ( “che\cui” vv 33-34), alcune elisioni e diverse apocopi che contribuiscono ad innalzare ancor più il registro linguistico.
Orlando è senza dubbio un esempio di fedeltà e di coraggio che il lettore è spronato ad imitare. Egli, allo stesso tempo, è un personaggio privo di personalità, poiché adegua il proprio comportamento a quello generale dell’aristocrazia feudale, unita nella esaltazione degli ideali etico-religiosi dei cavalieri – vassalli: amor di Patria, fedeltà al sovrano, lealtà e magnanimità. Si tratta di valori etici che mirano a consolidare il potere politico di Carlo Magno e a celebrare la grandezza dell’organismo statale noto come “Sacro Romano Impero”.
Di diversa intonazione è la lirica provenzale de “La canzone della lodoletta”, appartenente ad un genere letterario tutto incentrato su di un amore profano, sensuale ed erotico: l’amor cortese. Sviluppatasi , come già evidenziato, nella Francia meridionale, la lirica cortese assume la donna come nucleo centrale dell’ispirazione poetica. La donna è considerata un essere superiore all’uomo, padrona assoluta del cuore del suo cavaliere, il quale le si sottomette come un vassallo farebbe al suo signore. Ecco perché molte volte ella è definita col termine “midons” (mio signore), da cui deriva l’appellativo “Madonna”. L’amore cantato nella lirica provenzale è un sentimento travolgente e appassionato, di natura extraconiugale ( questo perché all’epoca il matrimonio era visto come la tomba dell’amore: si trattava spesso di un’unione stabilita in virtù di un contratto stipulato tra le due famiglie interessate). Trattandosi di un sentimento adultero, il trovatore (dal francese trobar = comporre versi) per proteggere la propria donna dai “malparlieri”, adotta nomi fittizi per indicarla. La Chiesa condannò fortemente questo genere letterario, poiché violava il sacro vincolo matrimoniale e trattava di sentimenti profani. Gli esponenti più autorevoli della lirica provenzale sono: Guglielmo IX duca d’ Aquitania (il primo dei trovatori), Arnaut Daniel ( esponente del trobar clous, ricordato anche da Dante nel Purgatorio) e Bernard de Ventadorn . Quest’ultimo era originario della città di Ventadour, ma operò soprattutto alla corte di Eleonora d’Aquitania, figlia di Guglielmo IX . Il componimento di B. De Ventadorn che mi appresto ad analizzare è una canzone. Si tratta di un tipo di testo dalla struttura molto rigida,le cui strofe sono dette "stanze". Ciascuna stanza a sua volta è distinta in fronte e sirma (talvolta unite da un verso detto chiave),a loro volta rispettivamente dipartite in I e II piede e in I e II volta. L’ultima strofa è più breve e non rispetta tale suddivisione: essa è detta “congedo”. Nella "Canzone della lodoletta" Bernard de Ventadorn esprime tutto il suo dolore e la sua sofferenza per un amore appena finito. Egli dice di essersi abbandonato troppo alla passione amorosa, di aver ceduto oltremodo al servitium amoris, senza tuttavia aver ottenuto la ricompensa sperata e gradita: l’amore della donna amata. Passiamo , ora, all’analisi delle figure retoriche. Anche in questo caso, numerose appaiono le figure sintattiche: ecco nuovamente un chiasmo (negli ultimi due versi) e numerosi parallelismi (vv25,26,27,28); non mancano, naturalmente, le figure metriche. In particolare, vorrei soffermarmi sui quelle immagini che meglio esprimono il significato intrinseco della lirica: l’allodola rappresenta metaforicamente il topos cortese dell’uccellino che porta alla donna il messaggio dell’innamorato; l’allodola è anche l’immagine della primavera, ed esprime simbolicamente la gioia e la bellezza dell’amore, la forza dell’amore che si manifesta nel risveglio prorompente della natura. Nella lirica ricorre anche il mito di Narciso , che sta a simboleggiare l’autoidentificazione del poeta nella sua donna. Ultimi , ma non meno importanti, sono i motivi dell’autocommiserazione e della misoginia: Bernard de Ventadorn, infatti, non odia solo la dama che è fonte delle sue laceranti sofferenze, ma risulta ostile verso tutto il genere femminile. Da questa canzone si evince, inoltre, un paradosso dell’amor cortese: l’uomo, pur comprendendo che il suo amore non sarà mai corrisposto, si ostina comunque nel servitium amoris. Ricordiamo, infine, che con l’amor cortese la donna è ritenuta per la prima volta una creatura superiore all’uomo, degna di essere celebrata nelle opere letterarie, al pari di una Madonna.

Nessun commento:

Posta un commento